Mattino, 13 Maggio 2019

Certo, il tempo non aiuta. Quando da dietro ad un vetro, dal tuo ristretto angolo di visuale, alzi più che puoi gli occhi al cielo per cercar di scovare anche un esile taglio d’azzurro tra le corpose nuvole, inesorabilmente unite come un unico ammasso cenereo, altro non viene che da biascicare tra le labbra tre piccole flebili parole: è la rovina. 
Mentre stai pensando a come suicidare la giornata e non trovi grandi parole di conforto, se non quelle di dare l’ultima confessioni al tuo Dio, ti salva il borbottio della caffettiera sul fornello acceso, l’aroma forte del caffè appena sgorgato nella caldaia superiore e l’ordine degli eventi cambia dal suicidio del giorno all’affrettarsi a spegnere il fuoco prima che il caffè possa rovinarsi, perché sai bene che è solo un attimo dall’aroma di buono al sapore di bruciato. Un caffè ti salva la giornata e forse anche la vita.
Buon caffè a tutti, che non sappia mai di bruciato.(luca)

§

IL VIAGGIO

Un giorno, finalmente, hai capito
quel che dovevi fare, e hai cominciato, 
anche se le voci intorno a te
continuavano a gridare
i loro cattivi consigli-
anche se la casa intera
si era messa a tremare
e sentissi le vecchie catene
tirarti le caviglie.
“Sistema la mia vita!”,
gridava ogni voce.
Ma non ti fermasti.
Sapevi quel che andava fatto,
anche se il vento frugava
con le sue dita rigide
giù fino alle fondamenta, anche se la loro malinconia
era terribile.
Era già piuttosto tardi,
una notte tempestosa,
la strada era piena di sassi e rami spezzati.
Ma poco a poco,
mentre ti lasciavi alle spalle le loro voci,
le stelle si sono messe a brillare
attraverso gli strati di nubi
e poi c’era una nuova voce
che pian piano 
hai riconosciuto come la tua,
che ti teneva compagnia
mentre procedevi a grandi passi,
sempre più nel mondo, 
determinata a fare
l’unica cosa che potevi fare-
determinata a salvare 
l’unica vita che potevi salvare.

Mary Oliver (Maple Heights, 10 settembre 1935 – Hobe Sound, 17 gennaio 2019)

Mattino, 12 Maggio 2019

Seduto al divano posto davanti alla finestra, caffè caldo tra le mani, non posso sottrarmi al forte riverbero del giorno. La luce diaccia d’un cielo che immagino cosparso da alti manti di nubi mi arriva prepotente addosso. Impariamo a conoscere il cielo dalla luce che ne deriva. Lo so ma non lo vedo. Qui dove solo poche ore prima ero avvolto dalla notte, protetto dalla tenue oscurità, ora mi sento nudo e ho freddo. Non riesco a staccare lo sguardo oltre la vetrata qualche metro a me lontana: le fronde robuste della magnolia si muovono su volere d’un vento che immagino alla pari del cielo: su e giù, un po’ a destra un po’ a sinistra, in senso orario ma dolcemente, mai con impeto, senza opporre resistenza. Fuori tutto è vita ed io ne immagino nei brividi che mi porto dentro. (luca)

§

Canzone semplice dell’esser se stessi

L’edera mi dice: non sarai
mai edera. E il vento:
non sarai vento. E il mare:
non sarai mare.

I cenci, i fiumi, l’alba della sposa
mi dicono: non sarai cencio né fiume,
non sarai l’alba della sposa.

L’àncora, il quattro di quadri, il divano-letto
mi dicono: non sarai noi,
non lo sei mai stato.

E così il sogno, l’arco, la penisola,
la ragnatela, la macchina espresso.

Dice lo specchio:
come vuoi essere specchio
se non sai dare altro che la tua immagine?

Dicono le cose: cerca d’esser te stesso
senza di noi.
Risparmiaci il tuo amore.

Io fuggo da ogni cosa delicatamente.
Provo a esser solo. Trovo
la morte e la paura.

Vittorio Bodini (Bari, 6 gennaio 1914 – Roma, 19 dicembre 1970)

Mattino, 11 Maggio 2019

Questo mattino il sonno ancora mi avvolge e mi vince. Il torpore e palpabile – movimenti lenti, occhi tremanti e semichiusi alla luce diretta della vetrata alla quale mi forzo in uno sforzo sovrumano – la tazzina del caffè sembra volermi cadere dalle mani, in un qualsiasi momento. Non distinguo chiaramente le figure fuori ma potrei vederne ad occhi chiusi, rituali mattinieri di ogni santo giorno: il signore dal passo lento con il cane dal pelo candido al seguito, sempre perfettamente ordinati, la signora che cosparge il vialetto con molliche di pane raffermo per dare da mangiare ai piccioni stando attenta a non farlo sotto il suo balcone ma sotto quello di altri, i due impiegati che di buon’ora parcheggiano l’auto e ne scendono parlottando, avendo sempre qualcosa da dirsi, gli alberi, le siepi e le piantine sempre fermi e sicuri al loro posto. Chi non colgo e cambia sempre è il cielo, l’aria, il vento, il suo colore, si mostra giorno dopo giorno sempre diverso, sempre in un movimento perpetuo. (luca)

§

[Nell’immagine allegata una poesia visiva di Francesco Aprile, raccolta dalla collezione New Page. New Page è un movimento letterario fondato nel 2009 da Francesco Saverio Dòdaro, scrittore-poeta-critico d’arte, nato a Bari nel 1930 e morto a Lecce (dove ha vissuto sin dai primi degli anni ’50) a febbraio dello scorso anno. Al movimento, che prosegue con la guida di Francesco Aprile, partecipano molte firme da tutto il mondo. In breve: il movimento spazia dal racconto alla poesia al teatro, sono racconti brevissimi, talvolta poesie (poesie in store), talvolta racconti in forma di versi di cento parole o giù di lì, da esporre nelle vetrine e in ogni dove. Qui il link dove poter raggiungere il manifesto del movimento e il suo contenuto artistico: https://newpageinstore.wordpress.com ]

Mattino, 10 Maggio 2019

Questo dì il mattino non esiste, non è mai nato. Non esiste. C’è luce solare, nubi diradate nel cielo d’un cielo azzurro, raggi di sole che toccano ovunque non ci sia già ombra a prenderne il posto, i gatti già ritirati negli argini e i piccioni a beccare sul cemento, c’è il caffè tra le mani, nella tazzina dalla ceramica calda da infastidire e gente al di là da questa finestra che vola su i propri passi lesti. Manca il mattino. Manca il mattino che sposa il giorno, manca la rinascita, manca in sostanza qualcosa che chiamo mattino e che non trovo. (luca)

§

[Oggi esagero: non una ma due poesie di grande bellezza che trovo molto attinenti all’oggi. Poesie a traduzione di Mariangela Biancofiore di una poetessa macedone che ho scoperto di recente e per buona fortuna: Lidija Dimkovska]


Differenza

Fondamenti di Gesù Cristo, Teoria e pratica di Allah.
Zarigrad non ha coesistenti.[1]
Qua è tutto altamente professionale,
la carta igienica, la lavatrice,
l’ascensore, il microfono e la massa corporea.
Al di là della perfezione la mente è una cassaforte defraudata
e riesce a nascondere solamente altro sconforto.
Abito accanto ad un tempio butterato di climatizzatori
come gli sfoghi di varicella tardiva nei vecchi.
Al citofono qualcuno tutto il giorno mi chiede
se nel palazzo c’è un suonatore d’armonica.
Forse ne sa qualcosa il custode delle bandiere –
– una nera, sbrindellata dagli animali domestici
che si agita sui balconi dei suicidi,
l’altra è quella nazionale, scolorita dai lavaggi
e sventola dalle finestre dei sicari.
Tra il nascere e il morire, la vita non ha garanzia,
l’unico servizio assistenza guasti è quello che abbiamo dentro.
Delle volte desidero ardentemente essere un invalido di guerra,
stendermi su un telo da mare con la donna nuda disegnata sopra,
di quelli inviati dalla Svezia tramite la Croce rossa.
Ma è inutile, in un giorno come questo ha bisogno di tutto il mio corpo
e di notte del solo torso.
Indipendentemente dalla mano che utilizzo per farmi il segno della croce,
le quattro direzioni del mondo non fanno mai centro nel cuore.
Lo proteggerò con una stampa sulla maglietta,
con la testa di Che Guevara oppure con una lezione di religione:
Taoismo: Shit happens
Buddismo: It is only an illusion of shit happening.
Islam: If shit happens, it is the will of Allah.
Testimoni di Geova: Toc, toc: Shit happens.
Cristianesimo: Love your shit as yourself.
So suonare solo un pezzo con l’armonica,
ma anche quella è solo una cover della storia.
Il tampone preso dal mio coniglio malato l’ho inviato a Vienna
invece quello del santo malato – a Roma.
Proprio come ad Ingeborg Bachmann, ogni pezzo di ricambio
ritorna a casa in un altro veicolo.
L’esistenza prolungata in un carro funebre
a cui i vivi dall’altra parte del vetro
si tolgono il cappello con ossequio
e agitano con le mani proprio come quando sei venuto al mondo: Ciaoo –ciaoo.
Quando l’amato tornò da Zarigrad con le mele cotogne gialle,
Fatima dall’altro mondo gli sorrise amaramente.
La differenza tra l’uomo e Dio amore mio, è solo una:
L’uomo prima trova, poi perde.
Dio prima perde, poi trova.

Lidija Dimkovska (Skopje, 1977)

[1] Successiva denominazione slava di Costantinopoli (NdT)

Anima nazionale

Da quando mio fratello si è impiccato con il cavo del telefono
posso parlare con lui al telefono per ore.
Il tasto del vivavoce rimane costantemente premuto
così le mani gli rimangono libere e può con esse
incollare i manifesti sugli Altissimi pali
e alimentare un dibattito infervorato sul tema:
Può l’anima essere nazionale?
Dall’emozione entrambi fremiamo, indaghiamo,
io in questo mondo, lui in quell’altro.
La scienza ha dimostrato che l’anima russa, ad es., non esiste più,
che colui che gli angeli sogna, da morto li travolge come l’ombra.
Forse però esiste quella turca, gracchia nella cornetta mio fratello,
visto che ogni giorno sente il frinire della teiera di Hazim Hikmet
prima di spingere il carretto con i bagel
fino alle porte del mondo. Te ne compro uno per l’anima.
E subito dopo, sospirando, tace. E cerchiamo quella macedone
tra le targhe automobilistiche sull’Altissima strada Est-Ovest,
negli scatoloni con la scritta “Non aprire! Geni!”,
accatastati sulle spalle dei cadaveri trasparenti.
E sui cadaveri non ti puoi mica appoggiare.
I cadaveri sono immigrati clandestini,
con i loro organi tumescenti penetrano nelle terre degli altri,
grazie ai fori sui loro palmi e con gli spuntoni delle loro ossa
si scavano da soli l’ultima fossa.
Nello stesso luogo provocano anche l’ultima rissa
per i cieli nazionali
e per l’anima che non si possiede più.
Cresce sempre di più il numero delle persone senz’anima, delle anime senza nome.
Nell’autobus non cedono il posto, le une senza le altre si allontanano,
per mezzo dei procacciatori si cercano, ma non s’incontrano mai.
Le nazioni si rompono come le uova nel paniere.
Mio fratello si dispera. Io divento A-nazionale.
Il cavo telefonico che ci collega
mi scivola dalla mano troppo sudata,
inchioda il telefono al muro e si ritrae nella presa.
Perché non s’inaugura mai a questo mondo
una linea di soccorso gratuita per gli sfortunati?
Perché non ho mai imparato a fermare qualcuno sulla strada della morte?
Anch’io, come mio fratello, da quando sono nata cerco il pelo nell’uovo,
la rivelazione a tutti i costi, lo smascheramento del pensiero.
E le anime della gente che cercano il pelo nell’uovo
finiscono in uno di questi tre modi: impiccate col cavo del telefono,
nei corpi dei poeti oppure in entrambi i modi.

Lidija Dimkovska (Skopje, 1977)

Mattino, 9 Maggio 2019

Non al Sole, fermo e possente che non vedo, non alla luce che ne deriva, non al tempo che non si lascia afferrare ma al padre del mattino, di questo mio risveglio lento e pigro d’ogni giorno, a colui che mi lascia vedere il solco del mio passato, l’erba fresca del mio cammino, offro questo mio caffè caldo, appena tolto dal fuoco sul quale vi è nato. A Lui dico grazie per non lasciarmi disteso in terra tutte le volte che ne cado in una sconfitta, per non lasciarmi vedere nell’irrimediabile del mio tempo il segno accecante dell’inutilità. Guardavo fuori dalla finestra e nell’omaggio fatto non vedevo. Messo a fuoco il silenzio esterno, gli alberi vicini, il manto del prato e le siepi che ne circoscrivono, un sorriso nasce nella sorpresa di incrociare lo sguardo non furtivo di un passante a me estraneo, come una intesa, come un supporto, il consolante e chiaro: strade diverse, stesso cammino. (luca)

§

UN’ARTE

Dell’arte di perdere si è facili maestri;
ogni cosa pare così colma dell’intento
d’andar persa, che perderla non è un disastro.

Perdi qualcosa ogni giorno. Accetta l’estro
delle chiavi perse, dell’ora senza sentimento.
Dell’arte di perdere si è facili maestri.

Poi allenati a un perdere ulteriore, un perdere più lesto:
luoghi, nomi, e ogni dove che la mente
voleva visitare. Nulla di ciò sarà un disastro.

Ho perso l’orologio della mamma. Impiastro!
E di tre amate case non ho salvato niente.
Dell’arte di perdere si è facili maestri.

Ho perso due città stupende. E in quel contesto,
diversi regni miei, due fiumi, un continente.
Mi mancano, ma non è stato un disastro.

Perfino nel perderti (il riso nella voce, un gesto
che amo) non avrò mentito. E’ evidente,
dell’arte di perdere non si è difficili maestri
anche se può sembrare (e scrivilo!) un disastro.

Elizabeth Bishop (Worcester, 8 febbraio 1911 – Boston, 6 ottobre 1979)

Mattino, 8 Maggio 2019

Potrei mettere una tenda tra me e questa vista esterna alla finestra e tutto fuori non riuscirebbe a presagire la presenza del mio sguardo. Mi chiedo però a cosa possa portare un guardare velato, una vista filtrata e soggiogata dal velame interposto tra me e il mondo. Da un’altezza tale da non poter essere attacato, da non poter essere puntato da occhi altrui, confortato dal calore che ne viene dalla tazzina del caffè tra le mani, infierisco nella vita esterna senza partecipazione, senza rischi, senza la paura e la possibilità di poter essere giudicato. È un vivere apatico e freddo, nonostante il sole che oggi scalza nel cielo e che riverbera nel vetro. (luca)

§

Il futuro (1977)

Niente, in fondo. Molta fantascienza
ci è ambientata, ma non ne tratta. Così le profezie.
Non piega gli steli al millefoglio. Il cristallo è uno specchio.
Anche l’uomo che abbiamo inchiodato
di vedetta a un albero ha saputo dirne poco;
giusto che sarebbe venuto il male.
Ne vediamo, per convenzione, un pezzo piuttosto breve,
ma anche quella è una congettura. E ogni congettura
non sa seguire il suo snodarsi.
È un buco nero
da cui non arriva alcuna radiazione.
Le ordinarie e magnifiche strade delle nostre vite
si portano per paesaggi urbani e selvaggi,
o per pendii franosi, improvvisi, fino a un baratro
dove non ci sarà che quello che ci abbiamo
spedito, compattato, orbitante – eccetto forse noi, per poterlo vedere.
Si dice che ne vediamo l’inizio. Ma da qui non c’è che cecità.
La fossa scavata che inghiottirà il nostro presente
ci rende ciechi per quel sole che si può immaginare
ordinario, mentre splende calmo
dal punto più lontano, per altre persone
nella loro giornata tipo. Un giorno in cui
ogni nostro ritratto, ideale, rivoluzione,
paio di jeans, deshabillé
si farà stranamente malinconico. Impossibile
vedere quella gente, salutarla patetico.
Comincio, tuttavia: “Quand’ero vivo” – e già mi sono girato
ritrovandomi a guardare un allegro picnic,
le donne in mussola e guanti
a gambe coperte, secondo decenza,
gli uomini con barba e gilè,
lunghi sigari, bei pantaloni,
a rilassarsi sotto una veranda
in pietra. A Ceylon o a Sydney.
E mentre guardo, so che sono tutti
svaniti, ciascuno nel suo giorno,
con cuscino, bottiglie, nebbia,
con tutti i futuri sognati progettati,
scendendo in quell’abisso cui tutto si avvicina;
come l’uomo sull’albero, sono svaniti nel futuro.

Leslie Allan “Les” Murray (Nabiac, 17 ottobre 1938 – Taree, 29 aprile 2019)

Mattino, 7 Maggio 2019

L’aria sul nascere del giorno sembra si sia quietata. Gli alberi li vedo fermi e seri e seri i piccioni che beccano continuamente alle loro radici. Seri vedo dei passanti imbellettati con le loro borse in pelle vera o presunta che sia, serio il gatto che si muove appiccicato al muro, circospetto, al riparo d’un basso balcone. Tutta questa serietà nel mondo fuori ha messo serietà anche a me e al mio caffè che fuma. Alzo lo sguardo al cielo, le nubi sono sempre lì, serie anche loro, con un carico d’acqua pronto a lasciar cadere. Tutta questa serietà, mi dico, non porta a niente di buono. Serio torno a bere il mio caffè e a guardare al di là dal vetro di questa finestra mai spensierata. (luca)

§

CONCLUDENDO

Vivo sull’acqua,
solo. Senza moglie né figli.
Ho circumnavigato ogni possibilità
per arrivare a questo:

una piccola casa su acqua grigia,
con le finestre sempre spalancate
al mare stantio. Certe cose non le scegliamo noi,

ma siamo quello che abbiamo fatto.
Soffriamo, gli anni passano, lasciamo
tante cose per via, fuorché il bisogno

di fardelli. L’amore è una pietra
che si è posata sul fondo del mare
sotto acqua grigia. Ora, non chiedo nulla

alla poesia, se non vero sentire:
non pietà, non fama, non sollievo. Tacita sposa,
noi possiamo sederci a guardare acqua grigia,

e in una vita che trabocca
di mediocrità e rifiuti
vivere come rocce.

Scorderò di sentire,
scorderò il mio dono. È più grande e duro,
questo, di ciò che là passa per vita.
Derek Walcott (da Mappa del nuovo mondo, Aldelphi)

Mattino, 6 Maggio 2019

Al di là da questo vetro i giorni di pioggia e vento, diramati nottetempo, restano impressi. Tracce sulla superficie della vetrata, impasto di polvere d’Africa e gocce d’acqua venute dal cielo filtrano il tepore e la luce del giorno. Un passato che andrebbe smosso con un panno pulito, mi dico. Un passato che è lì finché vogliamo che ci resti, mi rispondo. Ed infatti di pulire non ho voglia, me lo ripeto chiaro mentre il calore e l’odore del caffè, non il primo del giorno, mi terge il naso con il suo aromatico vapore. Lo bevo, fronte poggiata al freddo del vetro e questa superficie maculata da terra e acqua mi irrita non poco. Ma resta lì, velando la chiara vista, un po’ protetto, un po’ nascosto, un po’ nostalgico, non ci sarà panno che ne pulirà. Magari un giorno, altra chiara fresca pioggia discioglierà il vecchio sporco e un po’ di nuova luce mi regalerà. (luca)

§

Si tende tutto l’essere

Si tende tutto l’essere in un urlo
di desiderio. Voglio la parola
lancinante, assoluta, che cancelli
scialbature di sempre. 
Quella freccia che infilza dritta il cuore
mentre sorride l’Angelo, tremenda
voglio quella parola (la pronuncia
l’Angelo, ma oltre una vetrata) – 
l’ha sentita Teresa? Ogni parola
al di qua della freccia è un’eresia.
E’ assoluta la rosa se si fonde
alla tua pelle – e le spine sul cuore. 
Maria Luisa Spaziani (Torino, 7 dicembre 1922 – Roma, 30 Giugno 2014)

Mattino, 5 Maggio 2019

Questa è un mattino diverso da ieri. È sempre così, poi mi dico. Un mattino è sempre diverso dall’altro. Ed invece no, ci sono mattine e giorni che nascono e muoiono a loro uguali, tutto dal sapore melenso. Oggi no. Sarà la giornata dal cielo patinato che lascia intravedere la luce del sole, saranno i fiori tra le aiuole che, se pur presenti anche nei giorni precedenti, chissà, solo ora mostro loro interesse, sarà l’uomo col cane che dall’alto vedo camminar leggero, sarà quel che volete, dietro questa finestra ci sono io che questa mattina ho voglia di cambiamento, di sbeffeggiarmi del tutto e di tutti. La cosa per altro non mi è affatto difficile. 
Mi ritrovo quindi a dare parola al sole che non vedo e alle altre più lontane stelle, alle nuvole che non vedo ma che odo far comunella e bisbigliare, ascolto finanche l’uomo cantare qualcosa al cane e i fiori tra i cespugli cantare e danzare al loro passare e non vi dico del sol, le altre le stelle, dell’uomo e dei fiori l’argomento del loro parlare! Eh no. Parlan, parlan ma poi mi chiedo: son nuovo in questo? Alla domanda mi sovviene un nome, mi sovviene e la risposta pronta è che non sono nuovo neanche per niente. Vado quindi cercando tra volumi e libri di testo per cercar di dare un contorno a questo nome. Mi aiuta il mattone ingiallito del Pazzaglia, “scrittori e critici della letteratura italiana, 3ºvolume”. Ah, la scuola, t’aiuta sempre dopo! Cercando nell’indice, intorno alla millesima pagina, il nome salta, salta gagliardo quasi a dire “so’ io! So’ Palazzeschi!”. Mi butto, guardo tra le sue poesie riportate ma non trovo quel che cercavo. “Aldo, sarai anche tu ma non mi aiuti!”, gli dico mostrando una smorfia ed e lì che un foglio scritto a penna, più ingiallito del mattone che ho tra le mani, sbuca infilato qualche pagina più in là. Eccoti, gli dico, mostrando un indicibile sorriso! (luca)

§

I Fiori
Non so perché quella sera,
fossero i troppi profumi del banchetto…
irrequietezza della primavera…
un’indefinita pesantezza
mi gravava sul petto,
un vuoto infinito mi sentivo nel cuore…
ero stanco, avvilito, di malumore.
Non so perché, io non avea mangiato,
e pure sentendomi sazio come un re
digiuno ero come un mendico,
chi sa perché?
Non avvevo preso parte
alle allegre risate,
ai parlar consueti
degli amici gai o lieti,
tutto m’era sembrato sconcio,
tutto m’era parso osceno,
non per un senso vano di moralità,
che in me non c’è,
e nessuno s’era curato di me,
chi sa…
O la sconcezza era in me…
o c’era l’ultimo avanzo della purità.
M’era, chi sa perché,
sembrata quella sera
terribilmente pesa
la gamba
che la buona vicina di destra
teneva sulla mia
fino dalla minestra.
E in fondo…
non era che una vecchia usanza,
vecchia quanto il mondo.
La vicina di sinistra,
chi sa perché,
non mi aveva assestato che un colpetto
alla fine del pranzo, al caffè;
e ficcatomi in bocca mezzo confetto
s’era voltata in là,
quasi volendo dire:
“ah!, ci sei anche te”.

Quando tutti si furno alzati,
e si furono sparpagliati
negli angoli, pei vani delle finestre,
sui divani
di qualche romito salottino,
io, non visto, scivolai nel giardino
per prendere un po’ d’aria.
E subito mi parve d’essere liberato,
la freschezza dell’aria
irruppe nel mio petto
risolutamente,
e il mio petto si sentì sollevato
dalla vaga e ignota pena
dopo i molti profumi della cena.
Bella sera luminosa!
Fresca, di primavera.
Pura e serena.
Milioni di stelle
sembravano sorridere amorose
dal firmamento
quasi un’immane cupola d’argento.
Come mi sentivo contento!
Ampie, robuste piante
dall’ombre generose,
sotto voi passeggiare,
sotto la vostra sana protezione
obliare,
ritrovare i nostri pensieri più cari,
sognare casti ideali,
sperare, sperare,
dimenticare tutti i mali del mondo,
degli uomini,
peccati e debolezze, miserie, viltà,
tutte le nefandezze;
tra voi fiori sorridere,
tra i vostri profumi soavi,
angelica carezza di frescura,
esseri pura della natura.
Oh! com’è bello
sentirsi libero cittadino
solo,
nel cuore di un giardino.
-Zz… Zz
-Che c’è?
-Zz… Zz…
-Chi è?
M’avvicinai donde veniva il segnale,
all’angolo del viale
una rosa voluminosa
si spampanava sulle spalle
in maniera scandalosa il décolletè.
-Non dico mica a te.
Fo cenno a quel gruppo di bocciuoli
che son sulla spalliera,
ma non vale la pena.
Magri affari stasera,
questi bravi figliuoli
non sono in vena.
-Ma tu chi sei? Che fai?
-Bella, sono una rosa,
non m’hai ancora veduta?
Sono una rosa e faccio la prostituta.
-Te?
-Io, sì, che male c’è?
-Una rosa!
-Una rosa, perché?
All’angolo del viale
aspetto per guadagnarmi il pane,
fo qualcosa di male?
-Oh!
-Che diavolo ti piglia?
Credi che sien migliori,
i fiori,
in seno alla famiglia?
Voltati, dietro a te,
lo vedi quel cespuglio
di quattro personcine,
due grandi e due bambine?
Due rose e due bocciuoli?
Sono il padre, la madre, coi figlioli.
Se la intendono… e bene,
tra fratello e sorella,
il padre se la fa colla figliola,
la madre col figliolo…
Che cara famigliola!
È ancor miglior partito
farsi pagar l’amore
a ore,
che farsi maltrattare
da un porco di marito.
Quell’oca dell’ortensia,
senza nessun costrutto,
fa sì finir tutto
da quel coglione del girasole.
Vedi quei due garofani
al canto della strada?
Come sono eleganti!
Campano alle spalle delle loro amanti
che fanno la puttana
come me.
-Oh! Oh!
– Oh! ciel che casi strani,
due garofani ruffiani.
E lo vedi quel giglio,
lì, al ceppo di quel tiglio?
Che arietta ingenua e casta!
Ah! Ah! Lo vedi? È un pederasta.
-No! No! Non più! Basta
-Mio caro, e ci posso far qualcosa
io,
se il giglio è pederasta,
se puttana è la rosa?
-Anche voi!
-Che maraviglia!
Lesbica è la vaniglia.
E il narciso, quello specchio di candore,
si masturba quando è in petto alle signore.
-Anche voi!
Candidi, azzurri, rosei,
vellutati, profumati fiori…
-E la violaciocca,
fa certi lavoretti con la bocca…
-Nell’ora sì fugace che v’è data…
-E la medesima violetta,
beghina d’ogni fiore?
fa lunghe processioni di devozione
al Signore,
poi… all’ombra dell’erbetta,
vedessi cosa mostra al ciclamino…
povero lilli,
è la più gran vergogna
corrompere un bambino
-misero pasto delle passioni.
Levai la testa al cielo
per trovare un respiro,
mi sembrò dalle stelle pungermi
malefici bisbigli,
e il firmamento mi cadesse addosso
come coltre di spilli.
Prono mi gettai sulla terra
bussando con tutto il corpo affranto:
-Basta! Basta!
Ho paura.
Dio,
abbi pietà dell’ultimo tuo figlio.
Aprimi un nascondiglio
fuori della natura!

Aldo Palazzeschi (Firenze, 1885 – Roma, 1974)

Mattino, 4 Maggio 2019

«Riconosciti / Questa adorabile persona sei tu / Sotto il grande cappello da canottiere / Occhio / Naso / La bocca / Ecco l’ovale del tuo viso / Il tuo collo bellissimo / Ecco infine l’immagine non completa del tuo busto adorato visto come attraverso una nuvola / Un po’ più basso è il tuo cuore che batte» 
(Traduzione di Versi per Lou, i versi che compongono il calligramma allegato)

Poesia del giorno

La mia epoca è morta ed io, anima persa, ne sono stato sbalzato fuori chissà a causa di quale sortilegio, chissà a causa di quale forza fisica. Sarei dovuto essere di questa e morire con essa. Si parla d’un periodo certo non scevro di malesseri e disordini, di comune indigenza, di sofferenze ma d’un periodo, per l’arte e lo spirito, carico di ispirazione, d’invenzione, di prospettiva. Parlo di quegli anni a cavallo dei secoli ‘800 e ‘900 che videro il meglio nelle arti, il meglio nel pensiero, nella poetica e tra tutte queste alte figure umane un abbraccio comune che lo rendeva intenso e fremente. Per carità, io in questo sarei stato spettatore estasiato, non certamente parte attiva. Ne avrei bevuto con essi e di essi stessi come l’assenzio per la mente e lo spirito. Invece mi ritrovo qui ora, sbalzato in una mattinata senza sole a contemplare un cielo carico di pioggia e a sognare quel passato e la sua gloria. Tra i gloriosi Apollinaire (nato nel 1880 a Roma, molti questa natalità la ignorano, ma vissuto comunque sin da subito in Francia senza l’idea d’un padre che per ovvie ragioni c’era stato ma che non volle riconoscerlo) ebbe vita incredibile, attorniato da figure quali Picasso, Ungaretti, da correnti nascenti innovative e innovativo egli stesso, influenzò in Francia quanto in Italia tanta arte. Ferito gravemente alla testa in quel “grande spettacolo” da lui definita la Prima Grande Guerra per la quale si arruolò volontario, riformato, il suo campo di battaglia divenne la letteratura nel quale spaziò in ogni genere, dal romanzo, al racconto, alla poesia sposando fortemente il futurismo di Marinetti, dal quale prese ispirazione per le sue poesie: i calligrammes, composte in modo da raffigurare nel complesso dei versi il soggetto stesso trattato. (luca)

§

Caposezione

La mia bocca avrà ardori di Geenna
La mia bocca sarà per te un inferno di dolcezza e seduzione
Gli angeli della mia bocca troneggeranno sul tuo cuore
I soldati della mia bocca ti prenderanno d’assalto
I preti della mia bocca incenseranno la tua bellezza
La tua anima si agiterà come una regione durante il terremoto I tuoi occhi saranno carichi allora di tutto l’amore che si
è accumulato negli sguardi dell’umanità da quando esiste
La mia bocca sarà un esercito contro di te un esercito pieno di contrasti
Vario come un incantatore che sa variare le sue metamorfosi
L’orchestra e i cori della mia bocca ti diranno il mio amore
Te lo sussurra di lontano
Mentre gli occhi fissi sull’orologio attendo il minuto stabilito per l’assalto.

Guillaume Apollinaire (Roma, 26 agosto 1880 – Parigi, 9 novembre 1918)