Mattino, 2 Maggio 2019

Ci sono mattinate come quella di oggi in cui non ci capisci niente: bevi il tuo caffè di lato poggiato al vetro d’una finestra, fuori il giorni già dorato da un sole che già si innalza per superare la sua primavera e dentro non arriva niente. Tutto resta fuori, dentro è un sonno mordace. Ci sono mattine come questa in cui potrebbe piovere a dirotto e forse sarebbe meglio. Ma ci può stare, la luce interiore non per forza deve essere chiara come il giorno che nasce, calda come il sole che si mostra più alto dell’orizzonte. Ci sono mattine come questa che guardarsi dentro è difficile e guardare fuori stordisce.
Se c’è poesia difficile da esplorare questa non può che essere la poesia di chi per ovvie ragioni è ritenuto continuità del Baudelaire (al quale dedicò espliciti versi) ma non esplicitamente per questo la comprensione dei suoi versi è ardua (Baudelaire in fin dei conti era una luce nera ma comunque luminosa), è ardua perché il contenuto dei suoi versi viaggia fortemente a braccetto con la musicalità del verso stesso. Il tutto si perde inesorabilmente nella traduzione che, ahimè – a meno d’una buona padronanza del francese -, siamo costretti a leggere. Mallarmé, quindi, l’intraducibile. Ironia della sorte lui volle imparare l’inglese, lingua che poi insegnò anche, per poter leggere Edgar Allan Poe nell’originale. Difficile è la comprensione del suo verso ma meglio si adatta a me, adesso e meglio si adatta agli occhi dei tanti che come me cercano risposte e si perdono in “un lago dentro un cielo di nuda porcellana, / per una bianca nube una luna lontana / immerge il lieve corno nel gelo d’acque calme, / presso tre grandi cigli di smeraldo, le canne.” (luca)

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Dans le jardin

La jeune dame qui marche sur la pelouse
Devant l’été paré de pommes et d’appas,
Quand des heures Midi comblé jette les douze,
Dans cette plénitude arrêtant ses beaux pas,

A dit un jour, tragique abandonnée – épouse –
A la Mort séduisant son Poëte : “Trépas !
Tu mens. Ô vain climat nul ! je me sais jalouse
Du faux Éden que, triste, il n’habitera pas.”

Voilà pourquoi les fleurs profondes de la terre
L’aiment avec silence et savoir et mystère,
Tandis que dans leur coeur songe le pur pollen :

Et lui, lorsque la brise, ivre de ces délices,
Suspend encore un nom qui ravit les calices,
A voix faible, parfois, appelle bas : Ellen !

Trad.

Nel giardino

La giovane donna che avanza sul prato
Innanzi all’estate adorna di pomi e di grazie,
Quando delle ore il pieno mezzodì scocca le dodici,
In quella pienezza fermando i bei passi,

Disse un giorno, tragica abbandonata, – sposa –
Alla morte che seduceva il suo Poeta: Trapasso!
Tu menti. O vano clima nullo! io mi so gelosa
Del falso Eden che, triste, egli non abiterà.

Ecco perché i fiori profondi della terra
L’amano con silenzio e scienza e mistero,
Mentre nel loro cuore sogna il puro polline:

Ed egli, quando la brezza, ebbra di delizie,
Sospende per un attimo un nome che i calici rapisce,
Con voce flebile, talvolta, chiama piano: Ellen!

Stéphane Mallarmé (Parigi, 18 marzo 1842 – Valvins, 9 settembre 1898)

Mattino, 1 Maggio 2019

La poesia occorrerebbe leggerla con gli occhi e con l’animo d’un bambino, di quel bambino che si chiede semplicemente il perché delle cose ma che non si risponde nella chiusura mentale d’un uomo che procede per strade ben note. La poesia bisognerebbe leggerla fuori dai preconcetti e dalle astruse ferme certezze che ognuno di noi crede di possedere. Ci sono però poesie che con tutti i preconcetti d’un uomo, con tutte le chiusure mentali possibili, hanno la grazia di arrivare chiare nella loro leggerezza, impossibile da sconfessare da idee dettate dal nostro vissuto. 
Questa mattina, mentre pensavo a quale poesia rileggere (al mattino amo andare sul sicuro, su sentieri già battuti dove perdermi è sempre possibile ma certo d’un perdermi in luoghi per me piacevoli), chissà perché, chissà come, davanti al caffè mi sono ritrovato a chiedermi quanto genio, quante menti, quanta vocazione artistica ha dovuto fare i conti con la propria pazzia o presunta tale. La risposta mi balena chiara, pur non avendo numeri alla mano, facendo un po’ di mente locale, facilmente ho potuto rispondermi con un: “tanti, veramente tanti. Sicuramente troppi”. E in effetti è facile risalire a qualche nome: Dino Campana – che ne scrive anche della sua mente indebolita – negli anni si ritrova a subire più volte l’elettroshock, tanto da darsi il nomignolo di Dino Edison e Alda Merini, tanto per partire da chi la vicissitudine del “manicomio” non ha mai smesso di cantarla, ma poi schizzofrenico era Kerouac e schizzofrenico era Rainer Maria Rilke, Mariella Meher (“riportami la notte,/ l’occhio del giorno/ mi strappa la ragione/…”), come non esenti di schizzofrenia erano Hemingway (la schizzofrenia lo portò al suicidio) e Ezra Pound – la mente più complessa del XX secolo colpevole di essersi infatuato dell’indolatrabile – del quale Hemingway ammise d’avergli insegnato a tirare di boxe e che da lui imparò cosa scrivere e cosa non scrivere. Ma poi anche Esenin che fa la stessa fine di Hemingway (impazzito anche lui) ma non con una canna di fucile in bocca ma con un cappio alla gola e poi le tanto ultimamente citate Sylvia Plath e Anne Sexton e Emily Dickinson smarrite nel loro disagio e poi non continuo più altrimenti ne uscirebbe qui il libro di quei pazzi pazzi poeti morti. Tra i tanti però non ci si può dimenticare di Guy De Moupassant che ebbe esperienza di clinica psichiatrica. “Moupassant è morto”, scrisse lui stesso in clinica, in realtà morì circa cinque mesi dopo. Moupassant, pur nella sua malattia (la sifilide), ebbe una vita entusasmante, fu preso sotto la protezione di Gustave Flaubert, conobbe e frequentò Turgenev, Emile Zola (e come non si può non impazzire con frequentazioni tali!) e i più grandi pensatori del suo tempo. Lo conosciamo per i suoi romanzi (Bel Ami, Forte come la morte), nei suoi racconti, le opere teatrali e racconti di viaggio ma scrisse poesie dai dolci sentimenti, versi che arrivano chiari nell’impossibilità d’essere mal interpretati o fuorviati e questi che ricordo ora credo siano tra i suoi più incantevoli.
Buona giornata nell’abbraccio di tutto quel che è amore. (luca)

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Amore è una breve parola

Amore è una breve parola,
che però abbraccia tutte le altre,
perché comprende il corpo,
l’anima, la vita e tutto l’essere.
Noi lo percepiamo così
come avvertiamo il caldo del sangue,
lo scopriamo come l’aria,
lo portiamo in noi stessi come i nostri pensieri.
Per noi null’altro esiste di più importante.

Guy de Maupassant (Tourville-sur-Arques, 5 agosto 1850 – Parigi, 6 luglio 1893)

Mattino, 30 Aprile 2019

Cos’è la vita, ce lo siamo mai chiesto? In cosa distinguiamo il vivere dal suo opposto? 
Sì vive nel movimento, la vita è il ribollire degli animi, è il fuoco che ci portiamo dentro, la rabbia che sprigioniamo è vita, l’impéto amoroso, la voglia che ci vibra sotto pelle, il desiderio conturbante, i polmoni che si riempono di parole da urlare, la gioia che rovescia il nostro mondo. Si muore nella stasi, nel pensiero vano, l’apatìa è morte, la quieta e silente accondiscendenza è morte, sta alla radice dell’irremovibile, è la prigionìa nella propria monotonia. Forse vita e morte sono questo, forse qualcos’altro, forse nell’invito alla vita di Nazik al-Malaika potremmo trovare risposte migliori. Nazik nasce a Baghdad nel 1922 e la sua figura sconvolge il mondo accademico arabo: prima di lei il metro nella poesia araba era la regola imprescindibile, con lei e dopo di lei il verso sciolto germoglia e trova sempre più vigore. Poetessa iraquena ma poetessa di ampia apertura, attenta alla situazione femminile d’un mondo che vuole una donna che nasca e che muoia senza che lasci traccia di sé, visse in Libano e poi nel Kuwait ma si auto esiliò in Egitto all’idea espansionistica del regime di Saddam Hussein, nella guerra del Golfo. A Il Cairo visse gli ultimi 17 anni della sua vita.
Buona giornata e che sia di pieno vivere. (luca)

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Invito alla vita

Arrabbiati, ti amo arrabbiato e ribelle,
rivoluzione cocente, esplosione.
Ho odiato il fuoco che dorme in te, sii di brace
diventa una vena appassionata, che grida e s’infuria.

Arrabbiati, il tuo spirito non vuole morire
non essere silenzio innanzi al quale scateno la mia tempesta.
La cenere degli altri mi è sufficiente, tu, invece, sii di brace.
Diventa fuoco ispiratore delle mie poesie.
Arrabbiati, abbandona la dolcezza, non amo ciò che è dolce
il fuoco è il mio patto, non l’inerzia o la tregua con il tempo
non riesco più ad accettare la serietà e i suoi toni gravi e tranquilli.
Ribellati al silenzio umiliante
non amo la dolcezza
ti amo pulsante e vivo come un bambino
come una tempesta, come il destino
assetato di gloria suprema, nessun profumo
può alterare le tue visioni, nessuna rosa…
La pazienza? È la virtù dei morti.
Nel gelo dei cimiteri, sotto l’egida dei versi
si sono addormentati e abbiamo dato calore alla vita
un calore esaltato, passione degli occhi e delle gote.
Non ti amo oratore, ma poeta
il cui inno esprime ansia
tu canti, sebbene alterato, anche se la tua gola sanguina
e se la tua vena brucia.
Ti amo boato dell’uragano nel vasto orizzonte
bocca tentata dalla fiamma, disprezzando la grandine
dove giacciono desiderio e nostalgia.
Odio le persone immobili
aggrotta le sopracciglia, mi annoi quando ridi
le colline sono fredde o calde,
la primavera non è eterna
il genio, mio caro amico, è cupo
e i ridenti sono escrescenze della vita
amo in te la sete eruttiva del vulcano
l’aspirazione della notte profonda a incontrare il giorno
il desiderio della sorgente generosa di stringere le otri
ti voglio fiume di fuoco, la cui onda non conosce fondo.
Arrabbiati contro la morte maledetta
non sopporto più i morti.

Nazik al-Malaika (Baghdad, 23 agosto 1922 – Il Cairo, 20 giugno 2007)

Mattino, 29 Aprile 2019

Vent’anni, poco più, cosa sono i primi vent’anni nella vita d’un uomo? Oggi a vent’anni si inizia ad annusare la vita, un tempo i vent’anni, i primi vent’anni in un uomo valevano una vita. Ed è così che Sergio Corazzini, vissuto a cavallo del ‘900, ebbe vita breve, vent’anni, poco più segnati da malattia e tracollo economico ma vent’anni che hanno lasciato a noi oggi un crepuscolare ricco numero di versi. La tubercolosi costrinse Corazzini a tener lontano l’idea di un amore comunemente inteso ma un cuore toccato dall’amore all’amore non sfugge, d’amare non si può fare a meno. Leggeri i versi che seguono, lievi come lieve è il bacio che disegnano, mostrano la forza di questo amore che sa di non poter sfociare in altro.
Non smettere d’amare, buona giornata. (luca)

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Un bacio

Oh, un bacio, un bacio lieve
su la tua bocca rossa,
un bacio breve, breve
piccolo, senza scossa.

Senza che il core possa
tremar… no, non lo deve
non vo’ che tu per l’ossa
senta un brivido lieve…

che faccia il volto esangue…
. . . . . . . . .

Oh, un bacio di morente
sulla bocca, permetti?

Su quella bocca ardente
che pare un fior di sangue
trionfante tra i mughetti!

Sergio Corazzini (Roma, 6 Febbraio 1886 – Roma, 17 Giugno 1907)

Mattino, 28 Aprile 2019

Il risveglio in un abbraccio, alla parola di conforto, nel calore che arriva da un bacio, nella gioia che può derivare da occhi amorevoli e vicini, lo valutiamo ben che vada normale, lo consideriamo tutt’al più un buon risveglio. Un risveglio che ti catapulti dal sogno alla più fredda realtà, lontano da ciò che più vorresti a te vicino, che sia d’un carcere o nell’esilio (come per chi ne scrisse) o per una qualsiasi altra impervia o altro impedimento, ha il potere di ridare a un sentimento che diciamo amore – con buona probabilità – tutto il valore che esso merita. 
Felice amorevole risveglio a tutti. (luca)

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Anche questa mattina mi sono svegliato

Anche questa mattina mi sono svegliato
e il muro la coperta i vetri la plastica il legno
si sono buttati addosso a me alla rinfusa
e la luce d’argento annerito della lampada

mi si è buttato addosso anche un biglietto di tram
e il giallo della parete e tre righe di scritto
e la camera d’albergo e questo paese nemico
e la metà del sogno caduta da questo lato s’è spenta

mi si è buttata addosso la fronte bianca del tempo
e i ricordi più vecchi e la tua assenza nel letto
e la nostra separazione e quello che siamo

mi sono svegliato anche questa mattina
e ti amo.

Nâzım Hikmet (Salonicco, 15 gennaio 1902 – Mosca, 3 giugno 1963)